AI e nuove competenze: perché l’esperienza resta centrale. La lezione di radio e TV

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Nell’era dell’intelligenza artificiale, in cui il 22% dei lavori globali cambierà nei prossimi cinque anni secondo il World Economic Forum, si riafferma un bisogno fondamentale: formare persone capaci di pensare, decidere e agire, non solo di accedere all’informazione. Il WEF evidenzia come le competenze un tempo sviluppate attraverso gli studi umanistici – pensiero critico, creatività, comunicazione, collaborazione – siano ancora essenziali, ma non più garantite dai percorsi tradizionali, messi in crisi dall’automazione e dalla diffusione dell’AI generativa.

Se l’AI esegue analisi, scrive testi, elabora contenuti e offre scorciatoie cognitive, il rischio è che venga meno proprio quel “perché” che la lettura, la scrittura e la riflessione lenta aiutavano a costruire. Per questo molti esperti suggeriscono un nuovo modello educativo fondato sull’esperienza diretta: tirocini, ricerca sul campo, immersioni professionali, imprenditorialità giovanile e collaborazione con comunità e imprese. È nell’azione concreta – non solo nella teoria – che gli studenti possono sviluppare autonomia, giudizio etico, capacità di adattamento e resilienza, competenze che nessuna macchina può sostituire.

In questo scenario, il settore dei media tradizionali, in particolare radio e televisione, rappresenta un esempio tangibile di modello “human first”. Nonostante l’esplosione dei social e dei contenuti generati dall’AI, questi mezzi continuano a essere centrali per informazione, intrattenimento e formazione: la TV resta il media più utilizzato dagli italiani (94,1%) e la radio mantiene un pubblico solido (79,1%) (Censis, si veda).

Perché resistono? Perché si fondano su una competenza profondamente umana: la mediazione. Conduttori, giornalisti, tecnici, registi e autori interpretano, selezionano, contestualizzano. Raccontano la realtà attraverso l’esperienza diretta, la verifica delle fonti, la capacità di narrazione e la relazione umana con il pubblico. Nei programmi in diretta, nelle interviste, nei reportage e nei dibattiti, non c’è scorciatoia: occorrono capacità di ascolto, improvvisazione, gestione dello stress e interazione umana. Tutti elementi che non possono essere delegati all’AI.

Radio e TV non sono solo strumenti di diffusione: sono laboratori quotidiani di competenze umane avanzate, quelle stesse che il mondo del lavoro richiede e che l’educazione deve tornare a coltivare. In un’epoca in cui l’automazione cresce, la vera differenza la fa ciò che resta irriducibilmente umano: la capacità di comprendere, giudicare, creare senso e agire con consapevolezza.

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