L’onda lunga dell’online non travolge tutto: tv e radio restano ancore stabili in un paesaggio mediatico in trasformazione.
È una get by society quella descritta dal 59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese del Censis: una società che “si arrangia”, che tenta di cavarsela pur in un contesto percepito come ostile, caratterizzato da declino tecnologico e socioeconomico, crisi del welfare e instabilità geopolitica dominata da autocrati e tensioni globali. Eppure, a bilanciare il pessimismo diffuso, emerge un tratto profondamente radicato nel carattere italiano: un edonismo innato, una ricerca costante del piacere e del benessere quotidiano che permette, almeno in parte, di sublimare lo sconforto e di mantenere una forma di resilienza psicologica.*
Secondo il Rapporto, questa attitudine trova oggi un potente alleato nella colonizzazione del quotidiano da parte dei nuovi media. La dimensione digitale — pervasiva, narcisista, consumista — contribuisce a trasformare la percezione della realtà, metabolizzando e rielaborando il vissuto individuale in forme rapide, leggere, condivisibili. È anche grazie a questa immersione costante negli spazi digitali che si spiega la crescente “cittadinanza passiva” degli ultimi anni, da cui deriva un significativo aumento dell’astensionismo elettorale e dell’erosione degli attori collettivi tradizionali (partiti, organizzazioni intermedie, famiglia e parrocchie). In parallelo, esplode una nuova relazionalità: frammentata, polarizzata, tecnologicamente mediata. Le persone sono più connesse che mai, ma non necessariamente più partecipi.
Il fenomeno si riflette chiaramente nei consumi mediatici. Internet è utilizzato dal 90,1% degli italiani, lo smartphone dall’89,3% e i social network dall’86,1%. Tuttavia, accanto al successo digitale, resistono i media “storici”: la televisione resta il mezzo più diffuso (94,1% di utenti) e la radio mantiene una presenza significativa (79,1%), in difficoltà, invece, la stampa. Il panorama social è dominato da piattaforme visuali: Instagram (78,1%), YouTube (77,6%) e TikTok (64,2%) guidano un ecosistema orientato all’immagine. Facebook resta diffuso (66,3%), ma perde terreno tra i giovani, ormai più attratti da WhatsApp (87,4%) e Telegram (42,9%). Impressionante l’intensità del tempo trascorso online: nel 2025, il 46,1% degli italiani tra i 16 e i 64 anni dedica oltre quattro ore al giorno ai dispositivi digitali per uso non lavorativo: considerando otto ore di sonno, ciò significa che un adulto su cinque passa metà del proprio tempo di veglia nello spazio “senza luogo” del digitale.
Un capitolo delicato è quello dell’informazione, permeata dalla diffusione dei deepfake: il 60,5% degli italiani dichiara di aver visto contenuti generati artificialmente, spesso legati all’intrattenimento (27,5%), ma anche a manipolazioni informative (15%) e truffe (11,3%). Nonostante, e forse a causa di questo scenario, il telegiornale resta la principale fonte di informazione (47,7%), seguito da Facebook (36,4%) e dai motori di ricerca (23,3%). Tra i giovani, però, la gerarchia è ribaltata: i tg scendono al 22,5%, mentre YouTube e le ricerche online avanzano oltre il 22%.
Giunto alla 59ª edizione, il Rapporto Censis, uscito a dicembre 2025, conferma il suo ruolo di bussola interpretativa dei processi socioeconomici del Paese, evidenziando, fra l’altro, la trasformazione profonda del sistema mediatico e comunicativo, oggi elemento chiave per comprendere il comportamento sociale degli italiani.
Fra le informazioni interessanti elaborate dall’Istat si segnala, anche per l’effetto sulla pubblicità quella che il Censis ha definito la “divaricazione tra spesa e consumo”: “negli ultimi anni l’inflazione ha condizionato pesantemente i comportamenti di consumo delle famiglie italiane, scottate dall’improvvisa fiammata del 2022 e preoccupate a causa della persistente corsa dei prezzi nei mesi successivi. Il costo del carrello della spesa (che si riferisce agli acquisti di beni alimentari e di cura della casa e della persona: la componente essenziale delle spese di una famiglia) è aumentato del 23,0% tra il 2019 e il 2024, mentre l’inflazione generale del 17,4%. Si è speso di più, ma si è consumato di meno. Nel periodo 2019-2024 il costo dei generi alimentari è aumentato del 22,2%, ma il volume effettivamente acquistato si è ridotto del 2,7%. Anche nell’ambito dell’abbigliamento la forbice tra spesa e acquisto mantiene un’ampia differenza (+4,9% in valore e -3,5% in volume per vestiario e calzature) (“Considerazioni Generali”, p. 17-18).

* Le big tech scolorano il quotidiano e l’Italia è sonnambula”, Carlo Carboni, Sole 24 Ore13/1/2026.


