Streaming e IA: la frode che erode i diritti degli artisti

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Tra contenuti generati artificialmente e ascolti gonfiati, il sistema delle royalty musicali si incrina. Quadro normativo, stakeholder. Il profilo (diverso) delle frodi sul video e il problema (comune) della distribuzione del valore.

L’intelligenza artificiale sta trasformando rapidamente l’industria musicale, ma insieme alle opportunità creative emergono nuove forme di abuso che mettono sotto pressione il sistema dei diritti. Il caso della piattaforma musicale Deezer, colpita da un’ondata di frodi basate sull’IA, è uno dei segnali più evidenti di un problema che appare strutturale.

Secondo quanto riportato da un recente articolo del Financial Times basato su informazioni della piattaforma, i truffatori utilizzano strumenti generativi per produrre migliaia di brani e poi gonfiarne artificialmente gli ascolti attraverso bot, e intercettare così una quota delle royalty che dovrebbe spettare agli aventi diritto. Si tratta di micro-pagamenti per singolo stream che, su larga scala, diventano economicamente rilevanti e sottraggono valore al sistema legittimo. I numeri indicano una crescita preoccupante del fenomeno, Deezer ha segnalato che oltre l’80% degli stream di musica generata da IA risulta sospetto, e che ogni giorno vengono caricati decine di migliaia di nuovi brani, una quota significativa dei quali classificata come fraudolenta. Anche analisi di settore riprese da testate italiane come Agenda Digitale e Rockol evidenziano come una parte rilevante dello streaming complessivo possa essere manipolata e come le tracce generate artificialmente vengano spesso utilizzate proprio per finalità speculative. Da qui sembrano emergere con chiarezza tre criticità.

La prima è il danno economico strutturale: il sistema pro-rata delle piattaforme, basato sulla ripartizione degli ascolti complessivi, diventa vulnerabile quando una quota crescente di stream è artificiale. Ogni riproduzione fraudolenta sottrae valore a quelle autentiche, comprimendo i compensi di artisti, interpreti ed esecutori.

La seconda è il ruolo dell’IA come acceleratore delle frodi. Gli strumenti generativi oggi accessibili consentono di produrre cataloghi musicali in pochi minuti e a costi marginali quasi nulli. Questa scalabilità rende possibile un uso sistematico e industriale delle manipolazioni, trasformando pratiche prima marginali in fenomeni di ampia portata.

La terza riguarda una più ampia crisi del modello di streaming. Gli algoritmi di raccomandazione, progettati per massimizzare l’engagement, possono finire per amplificare contenuti artificiali, alterando la visibilità delle opere autentiche e incidendo sulla distribuzione del valore.

In questo contesto, il tema si intreccia sempre più con il quadro normativo. A livello europeo, la direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale (Direttiva UE 2019/790 sul diritto d’autore e i diritti connessi) a suo tempo ha rafforzato la posizione degli autori e degli artisti interpreti ed esecutori, introducendo principi di trasparenza e adeguata remunerazione. Tuttavia, tali strumenti sono stati concepiti in un contesto precedente all’esplosione dell’IA generativa. Più recente è l’AI Act europeo, che introduce obblighi di trasparenza per i sistemi di intelligenza artificiale, inclusi quelli generativi. Pur non affrontando direttamente il tema delle royalty musicali, il regolamento apre la strada a una maggiore tracciabilità dei contenuti prodotti da IA, elemento che potrebbe rivelarsi cruciale per distinguere tra utilizzi legittimi e pratiche fraudolente. Entrambe le norme…

A livello di stakeholder, il dibattito coinvolge anche le società di gestione collettiva, che chiedono strumenti più efficaci per identificare le opere generate artificialmente e garantire una corretta attribuzione dei diritti. Le piattaforme, da parte loro, stanno iniziando a reagire introducendo sistemi di rilevazione e tagging dei contenuti generati da IA e rafforzando i controlli sugli stream sospetti. Ma la velocità con cui il fenomeno evolve rischia di superare le capacità di intervento tecnologico.

Frodi da IA: il rischio si estende anche al video? Nel video, a differenza della musica, i modelli SVOD non prevedono remunerazione per singola visualizzazione, riducendo il rischio diretto sulle royalty. Nelle piattaforme AVOD e di video sharing, tuttavia, persistono fenomeni di fake views e traffico bot , con impatti su ricavi pubblicitari e ranking algoritmico. L’IA amplifica il rischio attraverso produzione massiva di contenuti e manipolazione della domanda. A ciò si aggiunge un fattore di rischio convergente sui consumi: la crescente difficoltà di distinguere tra fruizione autentica e artificiale, crea possibili distorsioni nella misurazione delle audience e nella distribuzione del valore.

In prospettiva, il tema non riguarda solo la lotta alle frodi, ma la sostenibilità stessa del modello di streaming anche al di fuori dell’industria musicale. L’intelligenza artificiale, infatti, non si limita a generare nuovi contenuti, altera le dinamiche economiche, amplifica la produzione e mette sotto stress i meccanismi di distribuzione del valore.

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