Oltreoceano e oltremanica le indagini si concentrano sull’impatto dell’accordo sulla TV, dal duopolio CNN-CBS News alla combinazione Channel 5-canali pay Warner.
La maggiore operazione di consolidamento nella storia recente dell’industria dell’intrattenimento sta entrando nella sua fase più delicata. La fusione da 110 miliardi di dollari tra Paramount Skydance e Warner Bros. Discovery, che darebbe vita a un colosso capace di competere direttamente con Netflix e Disney, ha ottenuto il via libera della Commissione Europea, ma resta sospesa tra le valutazioni autonome del Regno Unito e un blocco giudiziario negli Stati Uniti. Il quadro complessivo mostra un’operazione che avanza su tre binari regolatori paralleli, ciascuno con logiche, tempistiche e criticità proprie.
Il via libera condizionato di Bruxelles. La Commissione Europea ha approvato l’operazione subordinandola a una condizione strutturale precisa: Paramount dovrà uscire, entro 13 mesi dalla chiusura del deal, dalla joint-venture di distribuzione cinematografica United International Pictures (UIP), attiva dal 1981 e gestita insieme a Universal per la distribuzione dei film fuori dal Nord America. Al termine dell’operazione, Universal Pictures diventerà l’unica proprietaria di UIP. A questo si aggiunge un divieto decennale: fino al 2036 Paramount non potrà stipulare nuovi accordi di distribuzione congiunta in Europa, né trasferire la distribuzione dei titoli a marchio Warner verso soggetti terzi già legati a Universal o Disney, in modo da preservare la presenza di distributori indipendenti sul mercato. Il timore di Bruxelles, alla base di questi rimedi, è che l’unione dei cataloghi Warner e Paramount sotto un’unica rete distributiva possa peggiorare le condizioni contrattuali per gli esercenti cinematografici europei e, di conseguenza, il prezzo dei biglietti per i consumatori. La notifica formale dell’operazione alla Commissione risale al 2 giugno 2026, mentre l’approvazione condizionata è arrivata a fine luglio, dopo che diverse autorità nazionali per gli investimenti esteri — tra cui Germania, Italia, Francia e Spagna — avevano già dato il proprio assenso.
Un aspetto tecnico rilevante riguarda l’ambito territoriale della decisione: la Commissione UE non giudica sul solo mercato dei 27 Stati membri, bensì sull’intero Spazio Economico Europeo (SEE), che include anche Norvegia, Islanda e Liechtenstein in virtù del loro accesso al mercato unico e dell’obbligo di recepire le medesime regole di concorrenza comunitarie. È un dettaglio che ha una conseguenza diretta e significativa: il Regno Unito, uscito sia dall’UE sia dal SEE con la Brexit, resta completamente fuori dalla giurisdizione di Bruxelles su questo dossier.
Il caso a parte del Regno Unito. Prima della Brexit, un’operazione di questa portata sarebbe stata valutata una sola volta, con la decisione della Commissione Europea valida automaticamente anche per Londra, secondo il principio del cosiddetto “sportello unico”. Quel meccanismo non esiste più: oggi la Competition and Markets Authority (CMA) britannica conduce un’indagine parallela e del tutto indipendente, basata unicamente sugli effetti che la fusione può produrre nel mercato interno del Regno Unito. L’indagine di Fase 1 della CMA è partita il 9 giugno 2026, con scadenza fissata al 7 agosto 2026: entro quella data l’autorità dovrà decidere se approvare l’operazione (eventualmente con rimedi specifici per il mercato britannico) oppure aprire una Fase 2, che allungherebbe l’esame di ulteriori cinque mesi. Mentre la Commissione Europea si è concentrata su sale cinematografiche e distribuzione, la CMA guarda con attenzione a Channel 5, canale televisivo gratuito di proprietà Paramount nel Regno Unito, e alle sue sinergie con i canali pay di Warner Discovery, con ricadute sulla raccolta pubblicitaria. Pesano anche le proteste di associazioni e professionisti del settore — tra cui il Democracy Defenders Fund — sui rischi per il pluralismo dell’informazione, dato il legame con CNN, e per l’occupazione nell’industria creativa britannica. A complicare ulteriormente la situazione c’è una componente politica: la Segretaria di Stato per Cultura, Media e Sport ha dichiarato l’intenzione di intervenire nel dossier per ragioni di interesse pubblico, chiedendo a Ofcom un report separato sull’impatto della fusione sul pluralismo mediatico. Ciò significa che, anche in caso di via libera tecnico della CMA il 7 agosto, il governo britannico potrebbe comunque imporre condizioni aggiuntive o, in teoria, opporsi all’operazione sul piano politico.
Il fronte più critico: gli Stati Uniti. Se in Europa l’operazione procede, negli Stati Uniti la situazione è ribaltata. Nonostante il Dipartimento di Giustizia (DOJ) avesse dato parere favorevole a giugno, una coalizione di 12 Stati americani — guidata dai procuratori generali di California e New York — ha avviato una causa antitrust autonoma per violazione del Clayton Act, sostenendo che la fusione creerebbe un monopolio capace di soffocare la concorrenza a Hollywood. Il 20 luglio 2026 la giudice federale della California ha accolto la richiesta degli Stati di emanare un ordine restrittivo temporaneo (TRO), successivamente esteso fino ad almeno il 18 agosto 2026, che impedisce a Paramount e Warner di unire le rispettive operazioni. Nelle motivazioni, si ritiene che gli Stati abbiano fornito prove sufficienti del rischio di violazione antitrust, con il nuovo gruppo che arriverebbe a controllare circa il 27-30% del mercato tra cinema e TV via cavo. Le contestazioni riguardano in particolare tre punti: la concentrazione di due dei cosiddetti “Big Five” studios storici di Hollywood sotto lo stesso tetto; il possibile duopolio informativo tra CNN (Warner) e CBS News (Paramount); e il timore, condiviso anche dalla Writers Guild of America che ha presentato causa separata, di un impatto negativo sui compensi di sceneggiatori e professionisti del settore. L’udienza decisiva è fissata per il 3 agosto 2026 a Oakland: la giudice dovrà stabilire se trasformare il blocco temporaneo in un’ingiunzione preliminare di lungo periodo, il che rinvierebbe l’operazione per mesi in attesa di un processo completo.
Il quadro d’insieme. L’operazione si trova dunque a un bivio su tre fronti quasi simultanei: l’Europa che ha già dato il proprio assenso a condizioni definite, il Regno Unito che valuta autonomamente con scadenza il 7 agosto, e gli Stati Uniti dove l’esito dell’udienza del 3 agosto potrebbe determinare se e quando l’accordo potrà effettivamente chiudersi, con l’obiettivo — sempre più incerto — di arrivare alla fine del 2026, mentre il fattore tempo pesa già sui conti: dal 30 settembre scatterà una penale di circa 7 milioni di dollari al giorno a carico di Paramount verso gli azionisti Warner per ogni giorno di ritardo.
GRIGLIA DELLE SCADENZE PRINCIPALI
| Data | Evento |
| 2 giugno 2026 | Notifica dell’operazione alla Commissione UE |
| 9 giugno 2026 | Avvio indagine Fase 1 della CMA (Regno Unito) |
| 20 luglio 2026 | Ordine restrittivo temporaneo (TRO) del giudice federale in California |
| 22 luglio 2026 | Via libera condizionato della Commissione Europea |
| 3 agosto 2026 | Udienza chiave a Oakland (USA) su ingiunzione preliminare |
| 7 agosto 2026 | Scadenza Fase 1 CMA: approvazione o passaggio a Fase 2 |
| 18 agosto 2026 | Termine minimo del blocco giudiziario negli USA |
| In corso (data non specificata) | Report Ofcom richiesto dal governo (DCMS) sull’impatto della fusione sul pluralismo dei media |
| 30 settembre 2026 | Inizio penale “ticking fee” (~7 mln $/giorno di ritardo) |
| Fine 2026 | Obiettivo originario per la chiusura globale dell’accordo |
| ~Settembre 2027 (13 mesi dall’ok UE) | Cessione della quota UIP a Universal nel SEE |
| Fino al 2036 (10 anni) | Divieto per Paramount di nuovi accordi distributivi congiunti in Europa |


