Australia: accordi con otto editori, o il 2,75% dei ricavi pubblicitari allo Stato

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Il prelievo scatta anche per le piattaforme che le notizie non le ospitano affatto: conta quanto incassano dagli inserzionisti, non se e come usano i contenuti giornalistici. Riguarda Meta, Google, TikTok e Microsoft, e il gettito non resta all’erario: viene distribuito alle testate in proporzione ai giornalisti che impiegano.

Con il News Bargaining Incentive l’Australia supera le criticità dei meccanismi precedenti: un obbligo che restava sulla carta, perché subordinato a una designazione ministeriale mai utilizzata; la possibilità che le grandi piattaforme search e social dismettano i servizi news; l’esclusione di fatto dei piccoli editori dalle contrattazioni. Ora il prelievo scatta automaticamente, si sposta sul piano fiscale e include meccanismi premiali (moltiplicatori) per incentivare gli accordi, soprattutto con i piccoli editori. Una curva di apprendimento interessante, che attinge anche alle esperienze pregresse in altri Paesi (v. oltre). Oggi qualcosa si muove anche in altri Paesi e a livello UE. A conferma dell’importanza della remunerazione online dei contenuti e della particolare sensibilità di quelli informativi.

COSA E QUANDO. Approvato il 20 agosto 2026, promulgato il 26 ed entrato in vigore il 27, il pacchetto conta cinque norme: tre costruiscono il prelievo (il News Media Bargaining Charge Act 2026 fissa l’aliquota, l’Administration Act regole e sgravi), due istituiscono il News Journalism Payment Scheme che redistribuisce il gettito. L’aliquota è del 2,75%, salita dal 2,25% dell’annuncio iniziale e dal 2,5% delle bozze. Si applica dall’esercizio 2025-26, sui ricavi del secondo esercizio precedente.

CHI. Rientrano i gruppi con un servizio “significativo” di social media (oltre 5 milioni di utenti attivi mensili) o di ricerca (oltre 10 milioni) e più di 250 milioni di dollari australiani (circa 150 milioni di euro), di ricavi pubblicitari digitali annui nel Paese: Meta, Google, TikTok e Microsoft (LinkedIn e Bing). Sono esclusi i motori basati soltanto o prevalentemente su modelli linguistici.

COME SI AZZERA IL PRELIEVO FISCALE. Il prelievo si riduce o si annulla con gli accordi diretti, a condizioni stringenti:

  • otto editori: la nuova “spesa ammissibile” (i pagamenti alle testate registrate che entrano nel calcolo dello scomputo) deve riguardare almeno otto diversi gruppi editoriali registrati, entro la chiusura del periodo di rendicontazione della piattaforma;
  • moltiplicatori: la spesa vale il 200% verso piccoli e medi editori (fatturato aggregato sotto i 50 milioni A$) e il 150% verso gli altri;
  • solo denaro: contano i compensi per produrre contenuti giornalistici o per la loro messa a disposizione online, il traffico generato non è moneta di scambio;
  • tetto per gruppo: quanto viene riconosciuto per un solo gruppo editoriale non può superare il 25% del prelievo dovuto per l’anno.

Valgono solo gli accordi con testate registrate.

DOVE VANNO I SOLDI DEL GETTITO. Lo Stato non trattiene nulla: il gettito è distribuito in proporzione ai giornalisti impiegati in ruoli editoriali, con coefficienti maggiorati per editori piccoli e medi, testate regionali o remote e media delle diverse comunità. Il 10% va a contributi, in parte all’agenzia AAP (Australian Associated Press).

PERCHÉ SI È ARRIVATI QUI. Il percorso comincia con l’indagine dell’ACCC, antitrust australiano, sulle piattaforme digitali, chiusa nel 2019, e con il tentativo di un’intesa volontaria; nell’aprile 2020 il governo chiede all’antitrust un codice obbligatorio. Il News Media and Digital Platforms Mandatory Bargaining Code arriva a febbraio 2021 dopo un braccio di ferro durissimo: Google minaccia di ritirare il motore di ricerca dall’Australia, Facebook oscura per giorni tutte le notizie, insieme a pagine di servizi pubblici e di emergenza (ne abbiamo scritto qui). Il codice produce oltre trenta accordi per circa 250 milioni di dollari australiani, cifra usata oggi come parametro del gettito atteso. Ma poggia sull’uso delle notizie: nel 2024 Meta non rinnova i contratti in scadenza e chiude la scheda Facebook News, sostenendo che le notizie pesano meno del 3% di ciò che gli utenti vogliono vedere. Il governo non ha strumenti per riportarla al tavolo: una designazione formale avrebbe solo anticipato un nuovo blackout. Tra il 2024 e il 2025 News Corp, Nine e Seven West Media annunciano tagli; fuori dagli accordi sono rimasti quasi tutti i piccoli editori.

COSA CAMBIA. Cambia la natura giuridica dell’intervento. Il codice del 2021 era diritto della concorrenza: emendava il Competition and Consumer Act, affidava l’arbitrato all’ACCC e imponeva obblighi non monetari, come il preavviso sulle modifiche agli algoritmi e la condivisione dei dati. Il nuovo meccanismo è materia fiscale, amministrata dal fisco australiano: più difficile da aggirare, ma le contropartite di trasparenza non ci sono più.

LA NOVITÀ LINKEDIN. Le bozze esentavano le piattaforme di professional networking. L’esenzione è caduta a inizio agosto, contestualmente alla decisione di aumentare l’aliquota. La motivazione ufficiale è la scala ormai raggiunta da LinkedIn e la quantità di contenuti giornalistici che vi circolano. Microsoft ha obiettato che la piattaforma ha pochi utenti attivi e un consumo di notizie accessorio, chiedendo anche l’esenzione per Bing. Il gruppo supera comunque la soglia.

IL QUADRO INTERNAZIONALE. Il modello australiano nasce dagli errori altrui. Nel 2014 il canone AEDE spagnolo introduce un compenso obbligatorio e inalienabile: nessun editore poteva rinunciarvi per restare gratis sugli aggregatori. Da allora ogni legislatore ha dovuto fare i conti con la stessa domanda: come si obbliga a pagare chi può semplicemente andarsene da un singolo mercato.

PaeseModelloEsito
Spagna 2014Compenso obbligatorio e inalienabile agli editori per titoli e frammenti di testo mostrati dagli aggregatori. Negoziazione collettiva imposta per legge.Google News chiude, e con essa gli aggregatori minori; traffico degli editori giù tra il 10 e il 15%, con i piccoli più colpiti. Otto anni senza aggregatori nativi. Riapertura nel giugno 2022, dopo che la direttiva copyright ha restituito la libertà di negoziare individualmente.
Canada 2023Online News Act (C-18): obbligo di negoziare con gli editori per i contenuti condivisi o linkati.Meta blocca la condivisione di notizie su Facebook e Instagram, blocco tuttora in vigore. Google preferisce trattare: circa 100 milioni di dollari canadesi l’anno in un fondo unico distribuito collettivamente.
Unione europeaDiritti connessi per gli editori nella direttiva copyright: compenso per frammenti e anteprime, con negoziazione individuale o collettiva.Migliaia di accordi, con valori molto disomogenei tra Paesi. L’attenzione si è ora spostata sul Digital Markets Act: i gatekeeper che declassano i media rischiano sanzioni calcolate sul fatturato globale.
Stati UnitiJournalism Competition and Preservation Act, impianto simile a quello australiano.Fermo in Congresso per il lobbying avverso delle Big Tech. Alcuni Stati, come la California, hanno tentato prelievi locali sulla pubblicità digitale, esponendosi alla minaccia di Meta di rimuovere del tutto le notizie.

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