Investimenti in ricerca e innovazione, intelligenza artificiale, competenze, un’Europa più efficiente e coordinata sulle politiche industriali, sono le prime evidenze di interesse anche per il nostro settore. Ieri Mario Draghi ha presentato il suo rapporto di 400 pagine dal titolo Il futuro della competitività europea, documento che nelle intenzioni è destinato a guidare il lavoro della presidente della Commissione Ursula von der Leyen e del nuovo collegio dei commissari per i prossimi cinque anni.
Al centro della relazione la richiesta di un massiccio investimento pubblico e privato, di circa 800 miliardi di euro in più all’anno. Fra le raccomandazioni principali, come sintetizzato dal FT, l’allentamento delle regole di concorrenza per consentire il consolidamento del mercato in settori come le telecomunicazioni; l’integrazione dei mercati dei capitali centralizzando la supervisione del mercato; un maggiore uso di appalti congiunti nel settore della difesa; e una nuova agenda commerciale per aumentare l’indipendenza economica dell’UE. In generale, le reazioni sono positive, fra le voci critiche si registra il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner, che ha respinto la proposta di Draghi di nuovo debito comune europeo senza risolvere i problemi strutturali, lo European Environment Bureau e la Etuc, la più grande confederazione sindacale europea, e si sottolinea la presenza di ostacoli politici significativi (Politico).
Il rapporto tradotto in italiano è disponibile qui (traduzione in corso). Riportiamo alcuni estratti di interesse.
La relazione identifica tre aree principali di intervento per rilanciare la crescita sostenibile. In primo luogo – e soprattutto – l’Europa deve riorientare profondamente i suoi sforzi collettivi per colmare il divario di innovazione con gli Stati Uniti e la Cina, soprattutto nelle tecnologie avanzate. L’Europa è bloccata in una struttura industriale statica, con poche nuove aziende che sorgono per sconvolgere le industrie esistenti o sviluppare nuovi motori di crescita. In effetti, non c’è nessuna azienda dell’UE con una capitalizzazione di mercato superiore a 100 miliardi di euro che sia stata creata da zero negli ultimi cinquant’anni, mentre tutte le sei aziende statunitensi con una valutazione superiore a 1.000 miliardi di euro sono state create in questo periodo. Questa mancanza di dinamismo si autoavvera.
Poiché le aziende dell’UE sono specializzate in tecnologie mature, dove il potenziale di innovazione è limitato, spendono meno in ricerca e innovazione (R&I) – 270 miliardi di euro in meno rispetto alle loro controparti statunitensi nel 2021. I primi 3 investitori in R&I in Europa sono stati dominati dalle aziende automobilistiche negli ultimi vent’anni. Lo stesso accadeva negli Stati Uniti all’inizio degli anni 2000, con l’auto e il settore farmaceutico in testa, ma ora i primi 3 sono tutti nel settore tecnologico. Il problema non è che l’Europa manchi di idee o di ambizione. Abbiamo molti ricercatori e imprenditori di talento che depositano brevetti. Ma l’innovazione è bloccata nella fase successiva: non riusciamo a tradurre l’innovazione in commercializzazione e le aziende innovative che vogliono crescere in Europa sono ostacolate in ogni fase da normative incoerenti e restrittive.Di conseguenza, molti imprenditori europei preferiscono cercare finanziamenti da venture capitalist statunitensi e scalare nel mercato americano. Tra il 2008 e il 2021, quasi il 30% degli ‘unicorni’ fondati in Europa – le startup che sono state valutate più di 1 miliardo di dollari – hanno trasferito la loro sede all’estero, la maggior parte negli Stati Uniti.
Con il mondo che si trova sull’orlo di una rivoluzione AI, l’Europa non può permettersi di rimanere bloccata nelle “tecnologie e industrie di mezzo” del secolo precedente. Dobbiamo sbloccare il nostro potenziale innovativo. Questo sarà fondamentale non solo per essere leader nelle nuove tecnologie, ma anche per integrare l’AI nelle nostre industrie esistenti, in modo che possano rimanere all’avanguardia.
Una parte centrale di questa agenda sarà quella di fornire agli europei le competenze necessarie per trarre vantaggio dalle nuove tecnologie, in modo che tecnologia e inclusione sociale vadano di pari passo. Se da un lato l’Europa dovrebbe puntare ad eguagliare gli Stati Uniti in termini di innovazione, dall’altro dovremmo puntare a superare gli Stati Uniti nell’offrire opportunità di formazione e di apprendimento agli adulti, nonché buoni posti di lavoro per tutti, per tutta la durata della loro vita.
Un’Europa più efficiente, coordinata in politiche industriali, con un uso più efficiente delle risorse comuni e una governante più snella sono i maggiori ostacoli alla competitività. […] Tre barriere ci ostacolano. In primo luogo, all’Europa manca la concentrazione. Articoliamo obiettivi comuni, ma non li sosteniamo definendo priorità chiare o dando seguito ad azioni politiche congiunte. […]. In secondo luogo, l’Europa sta sprecando le sue risorse comuni. Abbiamo una grande capacità di spesa collettiva, ma la diluiamo in molteplici strumenti nazionali e comunitari.[…] In terzo luogo, l’Europa non si coordina dove è importante. Le strategie industriali oggi – come si vede negli Stati Uniti e in Cina – combinano molteplici politiche, che vanno dalle politiche fiscali per incoraggiare la produzione nazionale, alle politiche commerciali per penalizzare i comportamenti anticoncorrenziali, alle politiche economiche estere per garantire le catene di approvvigionamento. Nel contesto dell’UE, collegare le politiche in questo modo richiede un alto grado di coordinamento tra gli sforzi nazionali e comunitari. Ma a causa del suo processo decisionale lento e disaggregato, l’UE è meno in grado di produrre una risposta di questo tipo. […] Il risultato è un processo legislativo con un tempo medio di 19 mesi per approvare nuove leggi, dalla proposta della Commissione alla firma dell’atto adottato – e prima ancora che le nuove leggi vengano attuate negli Stati membri.
Fonti: Confindustria, Politico


