L’Osservatorio, nato per monitorare l’evoluzione della professione, non monitora specificamente l’apporto del settore che rappresentiamo. E tuttavia la navigazione dei dati a noi riferibili indica che le redazioni radiotelevisive, pubbliche e private, nazionali e locali, offrono ciò che l’ecosistema digitale fatica a garantire: lavoro giornalistico stabile, presenza sul territorio e un’informazione riconosciuta come affidabile.
Agcom ha pubblicato la quarta edizione dell’Osservatorio sul giornalismo. L’Osservatorio si basa su un questionario diffuso tra ottobre e dicembre 2025 con la Fondazione Murialdi: 1.337 risposte utili, riponderate con ISTAT sull’universo dei giornalisti attivi censito da INPS e INPGI. Nel 2024 quell’universo conta 39.207 persone, il 9,8% in più rispetto al 2018 e l’8,2% in più rispetto al 2013.
Il rapporto divide la popolazione giornalistica in tre gruppi. Il 65,2% lavora solo per testate (quotidiani, periodici, canali televisivi e radiofonici, testate online, agenzie di stampa, service); il 17,6% lavora solo in uffici stampa e agenzie di comunicazione, i cosiddetti “comunicatori”; il 17,2% fa entrambe le cose, e nell’analisi viene contato tra i giornalisti. Il settore radiotelevisivo sta nel primo gruppo. In diversi grafici del capitolo 2 compare però come categoria a sé, “canale televisivo e/o radiofonico”, accanto a carta, online e agenzie/service. È da lì che conviene partire.
Un giornalista su cinque. Il 17,9% dei giornalisti lavora principalmente per un canale televisivo e il 2,6% per una radio: insieme, uno su cinque. La televisione è il terzo ambito della professione, dopo quotidiani (29%) e testate online (20,8%) (cap. 2.1, p. 16, fig. 2.1). Il linguaggio radiotelevisivo va però oltre chi lavora in radio e tv. Il 37,8% dei giornalisti svolge “attività radiotelevisive”: telecronaca e radiocronaca, conduzione, produzione di video e servizi audiovisivi. È la seconda attività più diffusa dopo le routine di redazione, il saper fare audiovisivo è ormai una competenza trasversale (cap. 2.1, pp. 18-19, fig. 2.4). Tra le testate tradizionali (carta, radio e tv), il 58,9% dei giornalisti lavora per testate nazionali e il 41,1% per testate regionali o locali (cap. 2.1, p. 16).
Figura 2.4 – Le principali attività svolte dai giornalisti italiani

Fonte: AGCOM, Osservatorio sul giornalismo – IV edizione, ottobre 2026, p. 19.
Lavoro stabile in una professione che si precarizza. Il quadro generale è netto: il lavoro autonomo è la condizione prevalente (51,7%). Un autonomo guadagna in media circa 14.300 euro l’anno, un dipendente circa 59.000. Tra il 2021 e il 2023 i dipendenti sono cresciuti di 795 unità, gli autonomi di 3.919. E il 9,3% dei giornalisti è un pensionato che continua a lavorare, spesso per integrare un assegno troppo basso. In questo scenario il rapporto riconosce al servizio pubblico un ruolo preciso. L’organico giornalistico della RAI, secondo l’Autorità, offre percorsi di stabilizzazione e professionalizzazione, preziosi in una categoria segnata dalla precarietà. Il comparto “programmazione e trasmissione” conta 5.132 giornalisti dipendenti, il 30% del totale (anche se il dato include le agenzie di stampa). Lo stesso discorso vale per l’emittenza locale, che il rapporto non analizza ma che fa parte del sistema. Un’emittente locale che fa informazione deve registrare una testata e avere un direttore responsabile. Se l’emittente locale (ad esempio a partire da oltre 5 giornalisti).Un telegiornale quotidiano richiede una redazione continuativa, e i contributi pubblici al settore sono legati a requisiti minimi di personale assunto a tempo indeterminato. Fare informazione radiotelevisiva, insomma, significa quasi sempre creare lavoro stabile.
Un presidio sul territorio. Dall’Osservatorio risulta che i giornalisti italiani sono concentrati: Lombardia e Lazio ospitano circa il 45% del totale. In quasi tutte le regioni del Sud e delle Isole ce ne sono meno di 4 ogni 10.000 abitanti, contro i 14 del Lazio. Sono anche le aree dove si lavora in condizioni più difficili: ha subito minacce o ritorsioni il 13,2% dei giornalisti al Sud e il 18,3% nelle Isole, contro una media nazionale dell’11,3%. Il rapporto lega questi dati al rischio di “deserti informativi”, cioè territori dove l’informazione locale si indebolisce o scompare. Come antidoto indica la testata del servizio pubblico TGR, con le sue 24 redazioni regionali. Accanto alla TGR, le emittenti radiotelevisive locali sono spesso l’unica redazione stabile in molte province, secondo pilastro dell’informazione di prossimità (ndr).
Cane da guardia del potere politico. I dati sull’orientamento professionale disegnano un profilo riconoscibile per i giornalisti radiotelevisivi che rispetto alla media danno più importanza al compito di monitorare i leader politici (indice 110, la media è 100). Sono invece i meno interessati a “influenzare l’opinione pubblica” (indice 44). Percepiscono anche, meno della media, un aumento del peso di ascolti, pubblicità e ricerca del profitto sul proprio lavoro. Un’informazione che controlla il potere senza schierarsi, il pubblico sembra riconoscerlo: secondo l’Autorità, la televisione è stata la fonte più usata per informarsi durante l’ultima campagna referendaria.
La digitalizzazione che il rapporto non misura. L’Osservatorio misura il digitale soprattutto come uso individuale degli strumenti: social network, motori di ricerca, chatbot di intelligenza artificiale (cap. 2.2). Su questo terreno i giornalisti radiotelevisivi risultano i meno coinvolti. Usano l’IA per tradurre nel 24,6% dei casi, contro oltre il 32% delle altre tipologie, e usano poco i social per dialogare con il pubblico (23,4%). Ma la trasformazione digitale delle redazioni radio e tv è di un altro tipo, e il rapporto non la coglie. Riguarda le infrastrutture: hub informativi integrati, flussi di produzione interamente digitali, contenuti pensati per più piattaforme (ndr). I notiziari radiotelevisivi vengono ripresi e resi disponibili sui siti delle emittenti. Il rapporto lo conferma indirettamente: il 60% dei giornalisti delle testate tradizionali lavora sia per la versione classica sia per quella online. Resta comunque una richiesta di formazione: l’IA generativa è il primo tema su cui i giornalisti vogliono aggiornarsi (41%).
Un’agenda per il settore. Il rapporto si chiude con quattro priorità: rafforzare le competenze digitali, anche sull’IA; sostenere l’innovazione organizzativa; accrescere trasparenza e responsabilità; tutelare l’autonomia professionale, soprattutto nei territori più fragili. Per il radiotelevisivo si aggiungono tre riferimenti normativi: il Contratto di servizio RAI, che all’art. 4 affida al servizio pubblico la coesione sociale e il contrasto alla disinformazione; lo European Media Freedom Act, che rafforza il servizio pubblico su nomine e certezza delle risorse; l’art. 18 dello stesso regolamento, che tutela sulle grandi piattaforme i contenuti dei media accreditati, con il Media Board dei regolatori europei impegnato nella sua attuazione.
La conclusione per il settore è chiara. Le redazioni radiotelevisive, pubbliche e private, nazionali e locali, offrono ciò che l’ecosistema digitale fatica a garantire: lavoro giornalistico stabile, presenza sul territorio e un’informazione riconosciuta come affidabile. È questo valore che le politiche pubbliche dovrebbero sostenere.
Nota metodologica. L’Osservatorio si basa su un questionario online a partecipazione volontaria, aperto dal 2 ottobre al 30 dicembre 2025 e diffuso con la Fondazione Murialdi, gli Ordini regionali, le associazioni di stampa e le scuole di giornalismo. Delle 1.771 risposte ricevute, 1.337 sono risultate utilizzabili. Poiché il campione è autoselezionato, ISTAT lo ha riponderato per genere, età e regione di residenza sull’universo dei giornalisti attivi al 31 dicembre 2024, fornito da INPS e INPGI. Sono considerati attivi i giornalisti che hanno percepito redditi da attività giornalistica; sono esclusi pensionati, prepensionati e beneficiari di ammortizzatori sociali che non lavorano più. Le domande su minacce e meccanismi di influenza si riferiscono ai 12 mesi precedenti la rilevazione. I dati su redditi e crescita di dipendenti e autonomi (anni 2021-2023) sono tratti da Ruggiero C. (a cura di), Lo stato del giornalismo italiano, Franco Angeli, 2026, citato nel rapporto.

