Prima di dismettere un’infrastruttura universale, l’equivalenza del modello alternativo deve essere dimostrata, non presunta. Le tecnologie possono evolvere, le garanzie di interesse pubblico associate alla televisione universale gratuita devono rimanere.
Confindustria Radio Tv ha accolto con favore la decisione del Governo britannico di promuovere un dibattito sul futuro della televisione e ha ritenuto opportuno intervenire nella consultazione sul Libro verde “Watch this Space: a New Strategic Direction for UK Media”, perché le questioni che solleva non riguardano solo il Regno Unito. Il Paese è tra quelli che in Europa hanno fatto l’uso più esteso della televisione digitale terrestre come piattaforma primaria per la distribuzione in chiaro: le decisioni assunte in quel mercato sul futuro della DTT e sulla transizione verso l’IP potranno influenzare scelte normative e strategiche in altri mercati europei con modelli distributivi analoghi, Italia compresa. In tutta Europa emittenti, governi e regolatori stanno valutando come debbano evolvere i servizi audiovisivi di interesse generale.
La situazione attuale nel Regno Unito. I dati Ofcom (Media Nations 2026, fonte Barb) confermano che la diversificazione dei consumi non va confusa con la scomparsa del ruolo delle emittenti: nel 2025 i contenuti dei broadcaster — comprendendo televisione lineare, visione differita e servizi broadcaster on demand — rappresentavano ancora il 53% della visione video media giornaliera in casa e raggiungevano il 70% della popolazione in una settimana media. L’evoluzione del mercato britannico resta quindi ibrida e, di per sé, non dimostra la maturità di un modello esclusivamente IP.
La tabella che segue fotografa le differenze che permangono nell’attuale assetto distributivo..
| Requisiti di interesse generale | Ecosistema delle trasmissioni | Attuale ecosistema IP |
| Disponibilità geografica universale | Sì | Parziale |
| Gratuito al momento dell’uso | Sì | No |
| Indipendenza dai gatekeeper commerciali | Sì | No |
| Resilienza alle emergenze | Sì | Prove insufficienti |
| Universalità della reperibilità | Sì | No |
| Sostenibilità economica a lungo termine | Sì | Non dimostrata |
| Apertura e conformità agli standard | Sì | No |
Può un ecosistema esclusivamente IP sostituire la radiodiffusione come infrastruttura universale? Questa la domanda centrale posta da CRTV, che non mette in discussione la crescente importanza della distribuzione IP né le opportunità che crea per pubblico ed emittenti: l’IP è già una componente essenziale dell’ecosistema audiovisivo ed è destinato a crescere. La questione rilevante non è se l’IP sia in grado di distribuire contenuti audiovisivi — è evidente che lo sia — ma se un ecosistema esclusivamente IP abbia dimostrato di poter sostituire la radiodiffusione come infrastruttura universale a sostegno dei servizi di interesse generale. Una conclusione in tal senso richiederebbe prove oggettive in quattro ambiti distinti ma interdipendenti.
1. L’universalità va oltre la connettività. La connettività a banda larga è necessaria alla televisione IP, ma non è sufficiente a rendere un servizio universalmente accessibile. La disponibilità della rete va distinta dall’adozione: anche dove la banda larga è disponibile, alcune famiglie potrebbero restare offline per costo, competenze digitali limitate, sfiducia o scelta deliberata. Anche il carattere gratuito va valutato sulla capacità complessiva della famiglia di ricevere il servizio, che richiede comunque connettività a pagamento, apparecchiature compatibili ed eventualmente la sostituzione del televisore.
2. L’equivalenza tecnica. A differenza della radiodiffusione, che distribuisce un unico segnale a tutti indipendentemente dalle dimensioni del pubblico, l’IP dipende da flussi individuali e dalla capacità dell’ecosistema Internet nel suo complesso. La capacità di sostenere la visione simultanea su scala nazionale è un requisito strutturale, da verificare in condizioni di stress e non da dedurre dalle prestazioni medie. La resilienza, a sua volta, dipende dall’affidabilità cumulativa dell’intera catena: CDN, peering, reti fisse e mobili, apparati domestici, sistemi operativi, politiche dei fornitori di piattaforme e ciclo di vita dei dispositivi. La televisione resta un servizio domestico di lunga durata: l’accesso universale richiede continuità e interoperabilità che non dipendano da cicli commerciali a breve termine.
3. La sostenibilità economica a lungo termine. La radiodiffusione si basa su costi prevalentemente fissi, indipendenti dal numero di spettatori; l’IP su capacità di rete, CDN, cloud e gestione dei picchi, con costi variabili in funzione di utenti simultanei, qualità e durata della visione. Che il mantenimento di due infrastrutture abbia un costo non prova che un sistema interamente IP sia sostenibile nel lungo termine. L’analisi costi-benefici (allegato C al Libro verde) resta preliminare: i benefici monetizzati nella consultazione derivano in gran parte da un valore non comprovato del rilascio dello spettro, mentre costi significativi restano non quantificati. Le previsioni di traffico, inoltre, non dimostrano che la banda 470–694 MHz sia una risorsa necessaria o proporzionata per il futuro 6G.
4. L’intermediazione modifica la governance dell’accesso. La radiodiffusione terrestre garantisce un rapporto diretto tra fornitore di servizi mediatici e cittadino. La distribuzione IP è strutturalmente diversa: l’accesso dipende da cloud e CDN, ISP, sistemi operativi, store di applicazioni, produttori di dispositivi, interfacce utente, servizi di autenticazione e sistemi di raccomandazione. Ogni intermediario svolge funzioni legittime; il punto è che la catena cumulativa introduce ulteriori controlli commerciali e tecnici, che incidono su disponibilità, visibilità, autonomia editoriale e governance dei dati di audience. In questo contesto, accesso universale e prominence non dovrebbero dipendere da accordi commerciali, che cambiano nel tempo e nei quali non tutti i servizi dispongono dello stesso potere negoziale. Quando universalità, prominence e continuità costituiscono obiettivi di interesse generale, sono necessarie garanzie minime stabili ed effettive. La prominence, inoltre, dovrebbe riguardare l’accesso diretto al servizio audiovisivo e l’identità del soggetto editorialmente responsabile, non singoli contenuti selezionati dalla piattaforma.
L’obiettivo di politica pubblica non è preservare una tecnologia a tempo indeterminato, né favorire una nuova tecnologia perché il suo utilizzo è in aumento: è garantire che le funzioni di interesse generale oggi sostenute dalla radiodiffusione universale — partecipazione democratica, pluralismo, diversità culturale, coesione sociale, informazione attendibile, comunicazioni di emergenza, accesso ai grandi eventi condivisi — continuino a essere assicurate, indipendentemente dalla tecnologia utilizzata.
Qualsiasi decisione definitiva sullo spegnimento dovrebbe seguire, e non precedere, una valutazione indipendente e trasparente che accerti garanzie equivalenti in tutti e quattro gli ambiti. Il futuro della distribuzione televisiva non va ridotto a una scelta binaria tra radiodiffusione e IP, né a date di spegnimento predeterminate: un modello ibrido stabile dovrebbe rimanere una vera opzione politica, non solo una fase intermedia, poiché l’IP sostiene personalizzazione e innovazione mentre la radiodiffusione assicura copertura universale, visione simultanea di massa, resilienza e ricezione aperta.
CRTV non sostiene quindi il mantenimento di una particolare piattaforma distributiva come fine in sé. Ritiene invece che qualsiasi futura transizione debba essere guidata da risultati di interesse pubblico oggettivamente verificabili, e non dall’assunto dell’inevitabilità della sostituzione tecnologica.
Le tecnologie possono evolvere; le garanzie di interesse pubblico associate alla televisione universale gratuita devono rimanere.

