Google, il conto del DMA: 890 milioni di euro per due infrazioni

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Bruxelles sanziona l’auto-preferenza su Search e le restrizioni anti-steering su Google Play. Nel mirino anche i risultati sportivi e il futuro di AI Overviews e AI Mode.

La Commissione europea ha inflitto a Google due multe, per un totale di 890 milioni di euro, per non conformità al Digital Markets Act (DMA). È la sanzione più alta comminata a un gatekeeper dall’entrata in vigore del regolamento, e arriva a distanza di pochi mesi dai casi Temu e Meta: un segnale che Bruxelles vuole usare lo strumento del DMA con una frequenza e una velocità che il diritto della concorrenza non aveva mai avuto.

Le due decisioni, articolo per articolo. La Commissione ha adottato due decisioni distinte, presentate lo stesso giorno nello stesso comunicato, ma formalmente autonome: Google potrà impugnarle separatamente davanti alla Corte di giustizia UE. Sebbene la sanzione complessiva sia di 890 milioni di euro, si tratta di due atti separati che colpiscono due rami aziendali differenti — Google Search e Google Play Store.

Google ha 60 giorni di tempo per adeguarsi; in caso contrario rischia penalità di mora fino al 5% del fatturato globale del gruppo. La vicepresidente della Commissione con delega alla Concorrenza, Teresa Ribera, ha commentato che i prodotti migliori dovrebbero affermarsi per merito e non per appartenenza al motore di ricerca, e che gli utenti hanno diritto a essere informati dagli sviluppatori sulle offerte migliori anche quando l’app store non incassa commissioni.

Lo sport, il caso più esplicito. Tra i servizi favoriti, la Commissione cita esplicitamente i risultati sportivi — accanto a shopping, hotel e trasporti. Non è un dettaglio marginale: significa che l’autopreferenza contestata non riguarda solo comparatori commerciali come Google Shopping, ma si estende ai widget proprietari con cui Google presenta punteggi live, classifiche e box interattivi in cima alla pagina, a scapito del traffico verso siti e app di informazione sportiva terzi. È lo stesso meccanismo già sanzionato nel caso Shopping del 2017, ma applicato per la prima volta a un dominio editoriale così ampio — un precedente che apre la strada a nuovi fascicoli su altri “risultati arricchiti” di Google.

AI Overviews e AI Mode: la partita è appena iniziata. Il passaggio più delicato del comunicato riguarda il futuro, non il passato: la Commissione ha preso atto delle prime proposte di Google su come estendere i principi della decisione ad AI Overviews (i riassunti generati dall’IA in cima ai risultati) e all’AI Mode (la modalità conversazionale di Gemini), ma ha precisato che il dialogo proseguirà separatamente. Tradotto: oggi l’autopreferenza si misura in un box di shopping posizionato più in alto; con l’IA generativa rischia di diventare invisibile — una risposta sintetica che consiglia direttamente un volo o un prodotto Google senza nemmeno mostrare un link al concorrente. La Commissione lo sa, e per questo ha scelto di tenerla aperta come dossier a parte: è il vero terreno su cui si giocherà l’efficacia del DMA nei prossimi mesi.

La reazione di Google e i primi correttivi. Google ha già annunciato ricorso. Il presidente per gli affari globali Kent Walker ha parlato di un’attuazione del DMA che danneggia funzionalità molto usate dagli utenti europei — prezzi e disponibilità in tempo reale per hotel, voli e ristoranti — sostenendo che l’azienda sarà costretta a ridurle, insieme alle protezioni di sicurezza su Google Play. La Commissione, tramite il portavoce Thomas Regnier, ha replicato che le decisioni si fondano su prove solide, frutto di circa 80-90 incontri con l’azienda nel corso dell’istruttoria.

Nel frattempo, secondo il comunicato, Google ha già avviato test di modifiche alla presentazione dei servizi gratuiti (shopping, hotel, voli) su Search e proposto cambiamenti alle condizioni di steering su Play: passi che la Commissione dice di voler monitorare, ma che non hanno impedito la sanzione per le condotte pregresse.

Un decennio di decisioni antitrust: da Shopping ad Android. Le due decisioni di oggi non nascono dal nulla: sono la naturale prosecuzione di tre casi antitrust “storici” che l’UE ha condotto contro Google negli anni 2010, e che — proprio per la loro lentezza — hanno convinto Bruxelles a dotarsi di uno strumento più rapido come il DMA.

La differenza sostanziale è procedurale: quei tre casi, aperti con gli strumenti ordinari del diritto antitrust (art. 102 TFUE), hanno richiesto anni di istruttoria — e altrettanti di contenzioso — prima di arrivare a una sanzione definitiva. Con il DMA, la Commissione non deve più dimostrare volta per volta l’abuso di posizione dominante: le condotte vietate sono elencate ex ante, e basta accertarle per sanzionarle. L’indagine su Google Search e Google Play, aperta nel 2024, si è chiusa in circa due anni: un tempo non brevissimo, ma incomparabile con il decennio abbondante dei casi Shopping e Android.

La tecnicalità: quanto costerebbe non adeguarsi. Il punto più concreto per capire la deterrenza del DMA è la penale di mora. Non è una sanzione fissa, ma una multa giornaliera che può arrivare fino al 5% del fatturato medio globale giornaliero del gruppo. Sulla base dei ricavi 2025 di Alphabet, superiori a 400 miliardi di dollari (a tasso attuale, 352 miliardi di euro), il fatturato medio giornaliero si aggirerebbe attorno a 968 miliardi di euro: il tetto teorico della penale sarebbe quindi di circa 48,5 milioni di euro al giorno. Un mese di inadempienza, in astratto, supererebbe già l’ammontare della multa appena inflitta. Si tratta però di uno scenario che la stessa Commissione considera al momento remoto: Google ha avviato interlocuzioni e test di modifica, e l’obiettivo dichiarato del DMA — lo ribadisce anche Ribera — non è massimizzare le entrate da sanzioni, ma correggere in via strutturale i modelli di business dei gatekeeper.

Correggere non punire, lo spirito del DMA. È il punto su cui la Commissione insiste di più nella propria comunicazione: le multe sanzionano condotte passate, ma la vera posta in gioco è la modifica futura del comportamento di Google, non l’incasso. Da qui la scelta di riconoscere pubblicamente i test già avviati da Google su Search e Play, pur sanzionando la gravità e la durata delle violazioni pregresse — un impianto che riflette la doppia natura del DMA: regolatoria (ex ante, elenco di obblighi) più che repressiva (ex post, disciplina antitrust classica).

Conclusione: l’UE è davvero all’avanguardia? Il caso Google conferma che l’Unione europea resta, ad oggi, la giurisdizione più attiva al mondo nel disciplinare il potere di mercato delle grandi piattaforme digitali: dopo Apple, Meta e Temu, questa è la sanzione più corposa mai inflitta sotto il DMA. Ma il vero test è quello aperto e non ancora risolto: l’IA generativa applicata alla ricerca. Se AI Overviews e AI Mode replicheranno, in forma più opaca, le stesse logiche di autopreferenza già sanzionate su Search e Play, la vera domanda per i prossimi mesi non sarà se il DMA riesce a intervenire in tempi rapidi — lo ha appena dimostrato — ma se riuscirà a farlo prima che il nuovo paradigma dell’IA renda il problema, di fatto, già irreversibile.

NB: Il testo integrale non c’è ancora. I provvedimenti veri e propri non sono stati pubblicati: prima di renderli pubblici, la Commissione deve completare la procedura di “depurazione” (redaction) delle informazioni riservate di Google. Gli elementi oggi disponibili — articoli violati, importi, motivazioni sintetiche — provengono dal comunicato stampa IP/26/1670 e dalle dichiarazioni ufficiali; le motivazioni tecniche integrali arriveranno solo con la pubblicazione della decisione completa, verosimilmente tra qualche mese.

Fonti: comunicato stampa Commissione europea IP/26/1670; Ansa; Il Sole 24 Ore; Sky TG24; Il Post; eunews.it (23 luglio 2026).

Credits foto di copertina: Bastian Riccardi

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