Si è tenuto il 21 ottobre a Roma il convegno «Articolo 21: il diritto di sapere. Stampa, libro, radio e tv uniti nel garantire informazione e cultura ai cittadini», promosso da Confindustria Radio Televisioni (CRTV), Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG) e Associazione Italiana Editori (AIE).
Per la prima volta gli editori di radiotelevisione, stampa e libri attraverso le loro associazioni – Confindustria Radio Televisioni, Fieg e AIE – hanno riunito istituzioni e operatori. Al centro del dibattito, il futuro degli editori nell’era delle Big Tech e dell’Intelligenza artificiale.
L’evento si è aperto con il video il “Il diritto di sapere”, curato dalla Direzione Creativa Rai, che pone una serie di interrogativi fondamentali, fra cui: questa notizia è vera o falsa? questa voce? quale è la fonte? chi l’ha verificata?… Domande inevase nell’ambiente algoritmico e dell’intellligenza artificiale generativa. Domande di cui si fanno carico ogni giorno nella loro attività sul territorio tutti gli editori.
Segue una sintesi degli interventi di tutti i relatori: i discorsi integrali dei Presidenti delle tre associazioni e il video contenente gli interventi istituzionali sono disponibili nella pagina dedicata ai materiali del convegno.
Giacomo Lasorella, Presidente dell’Agcom: «Un convegno unitario che ha un valore in sé». Così il Presidente ha aperto il suo intervento, sottolineando il significato della scelta delle tre associazioni di confrontarsi insieme. «La sfida riguarda allo stesso modo chiunque produca contenuti di qualità assumendosene la responsabilità». Al centro c’è «il diritto di sapere», che la Corte costituzionale ha definito nel tempo attraverso la tutela del pluralismo interno ed esterno e la disciplina delle concentrazioni. Non si tratta solo della libertà di chi parla, ma del diritto dei cittadini a ricevere un’informazione completa, obiettiva e imparziale, alimentata da una pluralità di fonti. «Il pluralismo non è un privilegio, ma un diritto di tutti». Il legislatore lo ha affidato trent’anni fa a un’Autorità indipendente da partiti e mercato. Oggi trova riconoscimento nella Carta europea dei diritti fondamentali e nell’European Media Freedom Act. «Non servono principi nuovi, ma la capacità di farli valere nel contesto digitale». Un tempo il problema era la scarsità delle frequenze. Oggi è l’opposto: un’abbondanza di contenuti in cui l’informazione qualificata rischia di confondersi. Il 56% degli italiani si informa online, mentre la televisione è scesa al 43%. Eppure, sul piano della fiducia, i rapporti si invertono. «Il valore dell’informazione professionale è riconosciuto, ma viaggia su canali che gli editori non controllano e da cui non ricevono un ritorno adeguato». Ne deriva una doppia frattura: economica, perché si riducono le risorse per produrre notizie, e democratica, perché il contenuto si separa dalla fonte che ne garantisce affidabilità e responsabilità. Lasorella ha quindi illustrato gli interventi dell’Autorità: l’equo compenso per i contenuti giornalistici in rete, il cui impianto è stato ritenuto legittimo dalla Corte di Giustizia europea; il contrasto alla pirateria; la segnalazione alla Commissione UE, nell’ambito del DSA, dei rischi legati alle sintesi generate dall’intelligenza artificiale, affiancata da un tavolo tecnico tra piattaforme ed editori; le regole sulla prominence dei servizi di interesse generale televisivi e radiofonici, per la radio anche nei sistemi di bordo delle auto; gli obblighi per gli influencer; un sistema di misurazione delle audience fondato su comparabilità e verificabilità. «Ma il diritto di sapere dipende anche dagli editori, dalla capacità di innovare senza perdere identità, di fare della verifica delle fonti un tratto distintivo e di costruire alleanze, come quella di oggi».
Antonio Marano, Presidente di Confindustria Radio Televisioni: «Il pluralismo non è un effetto automatico dell’innovazione. È una scelta da compiere ora». Partendo dagli ottant’anni della Repubblica e dall’articolo 21, Marano ha ricordato che il pluralismo non nasce spontaneamente, ma va garantito. «L’utente non legge più l’articolo. Legge il riassunto. Non incontra più la pluralità delle fonti. Incontra una sintesi». L’IA generativa, infatti, non seleziona più i contenuti ma si sostituisce alla consultazione della fonte. Chi produce informazione sostiene costi e responsabilità, mentre chi la usa per addestrare i modelli costruisce valore su quel lavoro. Marano ha indicato tre rischi: la concentrazione dell’accesso alla conoscenza in poche piattaforme globali, il «suprematismo tecnologico»: «Essere liberi di parlare conta poco se nessuno arriva più ad ascoltarti»; l’omologazione dei contenuti; una società dell’informazione a due velocità. In questo scenario, radio e tv in chiaro, gratuite e universali sono «un presidio democratico irrinunciabile». Al legislatore Marano chiede di governare l’innovazione, non di fermarla: «L’innovazione corre in mesi. La regolazione si muove in anni».
Andrea Riffeser Monti, Presidente della Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG): «Non può esserci un’informazione libera, indipendente e pluralista senza un sistema editoriale economicamente sostenibile». La FIEG riunisce 95 imprese e 456 testate: 64 quotidiani, 385 periodici e 7 agenzie di stampa, oltre ad alcune centinaia di siti di informazione. I quotidiani, tra carta e digitale, raggiungono ogni giorno 10,3 milioni di lettori. I siti delle imprese associate superano i 24 milioni di utenti, oltre il 60% dell’audience totale. A essere cambiato, ha spiegato Riffeser Monti, è il modo in cui l’informazione raggiunge il pubblico. E soprattutto il luogo in cui il valore economico dei contenuti viene intercettato e monetizzato. Il tempo dedicato a ciascun contenuto si riduce, e non solo tra i giovani. «Dobbiamo recuperare il valore della lettura del quotidiano». Leggere un giornale significa dedicare tempo a notizie selezionate, gerarchizzate, verificate e contestualizzate». Per rendere più visibili le proprie regole, la FIEG ha avviato un Protocollo articolato in cinque punti cardine: verità e verifica; pluralismo; responsabilità editoriale, indipendente dal supporto; diritto di rettifica; legalità ed equilibrio. Un impegno che conta anche nei rapporti con le piattaforme, perché il cittadino non sempre distingue una notizia verificata da una redazione da un contenuto semplicemente diventato virale. Sul fronte della sostenibilità, Riffeser Monti ha ricordato l’equo compenso disciplinato dall’Agcom, «una best practice anche a livello europeo». Il modello ha avuto due conferme: dalla Corte di giustizia UE e dal TAR Lazio, che ha respinto il ricorso di Meta. Il Presidente ha espresso apprezzamento per il lavoro dell’Autorità. Ha poi citato la legge australiana, che spinge le grandi piattaforme a stringere accordi con gli editori, prevedendo altrimenti un prelievo sui ricavi pubblicitari. Garantire la sostenibilità del settore, ha concluso, non significa solo tutelare un comparto industriale, ma «investire nella qualità della nostra democrazia».
Innocenzo Cipolletta, Presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE): «Le Big Tech abbiano il medesimo livello di responsabilità a noi imposto». Cipolletta è partito dall’articolo 21 e dai numeri dell’industria del libro: 1.500 editori che pubblicano almeno 10 titoli l’anno, oltre 71mila novità annue e 1,5 milioni di titoli in commercio. Libertà di espressione e responsabilità sono un «binomio necessario e inscindibile». Gli editori rispondono legalmente di ciò che pubblicano. Le Big Tech, invece, si affidano a codici di autoregolamentazione e chiedono di essere esentate da ogni responsabilità legale e obbligo di trasparenza. Da qui la richiesta: obbligo di identificare gli autori e responsabilità per quanto reso pubblico.I danni sono concreti. Il 54% degli universitari studia su sintesi prodotte con l’IA a partire dai manuali, e dal 2023 il mercato della manualistica universitaria è calato del 25%: una «conseguenza diretta di una violazione di legge». A questo si aggiunge l’alluvione di libri “auto-prodotti” che imitano titoli e autori degli editori. C’è poi l’acquisto di libri fuori commercio da mandare al macero dopo averli usati per l’addestramento, pratica contraria al diritto europeo. AIE sta preparando delle linee guida sull’uso trasparente dell’IA nelle case editrici, da presentare a fine febbraio. Alle istituzioni gli editori chiedono strumenti per rendere sanzionabili principi già fissati dalla legge: l’inversione dell’onere della prova: in presenza di ragionevoli indizi, devono essere le Big Tech a dimostrare di non aver usato le opere per l’addestramento; il pieno riconoscimento dell’opt-out, inclusa la formula «Tutti i diritti riservati»; norme nazionali, più rapide di quelle europee, e un’Italia che a Bruxelles pretenda che la trasparenza non resti una parola vuota. Il problema non è la tecnologia. Già un anno fa il 75% degli editori usava strumenti di IA e il 27% negoziava licenze per l’addestramento. Ma le forze in campo sono squilibrate: per questo serve «una politica industriale sull’IA nelle industrie culturali». L’obiettivo, ha concluso Cipolletta, è ristabilire il valore dei fatti, per avere «più giornalismo, più comunicazione, più libri e quindi più democrazia».
Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in Italy: «La differenza è la cura e l’attenzione che precede la notizia». Stampa, libri, radio e tv garantiscono a tutti i cittadini l’accesso a informazione e cultura, e l’articolo 21 resta un pilastro della democrazia, ha ricordato Urso nel videomessaggio alla platea. In un ecosistema dominato da piattaforme digitali, intelligenza artificiale e algoritmi, occorre garantire un’informazione corretta, verificata e affidabile. «Ciò che distingue una notizia da un qualunque contenuto presente in rete è la cura che la precede: la verifica delle fonti, la responsabilità editoriale e quella deontologica». Radio e tv svolgono anche una funzione di coesione sociale, a differenza degli algoritmi, «che tendono a rinchiudere ciascuno nelle proprie convinzioni». Le nuove tecnologie sono un’opportunità se poggiano su responsabilità, trasparenza e rispetto del diritto d’autore. Sul fronte delle risorse, il Ministro ha ricordato che il MIMIT utilizza ogni anno il Fondo per il pluralismo per sostenere tv e radio locali. Le risorse saranno disponibili anche quest’anno entro dicembre. Insieme alla Presidenza del Consiglio, si sta inoltre completando l’istruttoria del Fondo straordinario per l’editoria. Il Fondo finanzia il 70% delle spese sostenute lo scorso anno da tv e radio per l’ammodernamento tecnologico. Infine, è aperta fino al 9 novembre la consultazione pubblica sui servizi media audiovisivi.
Luciano Lanna, Direttore del Centro per il libro e la lettura – MiC: «In preparazione una nuova legge sul libro». Lanna ha annunciato che è in preparazione una nuova legge sul libro, anticipando quanto riferito dal Ministro Giuli. «L’avvento dell’AI obbliga le istituzioni a ripensare quanto era stato pensato in termini tradizionali». Il rapporto tra intelligenza artificiale, big tech, libera circolazione delle idee e creatività è, a suo giudizio, il nodo di questi anni. Non a caso il Papa ha dedicato all’AI la sua prima enciclica. La «dittatura degli algoritmi» ha alimentato la sfiducia dei cittadini: sette italiani su dieci ritengono le fake news sempre più difficili da smascherare. Gli algoritmi non rendono più informati o più colti, ma più incerti. «Molti dicono che i buoni libri e i giornali cartacei resteranno una nicchia, mentre la massa dei cittadini sarà bombardata dalla rete e dai libri autoprodotti: un rischio di civiltà enorme». Per questo la nuova legge guarderà al libro anche come mezzo digitale, con codici di garanzia improntati a serietà, trasparenza e oggettività.
Alberto Barachini, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Informazione e all’Editoria: «Li abbiamo visti arrivare». Barachini ha sottolineato il valore di giornate come questa, che riuniscono le associazioni di stampa, radio, tv e libri «per confrontarsi e trovare soluzioni reali». L’intervento ha preso le mosse dai recenti fatti di cronaca che a Milano hanno coinvolto gruppi di giovanissimi: «Noi li abbiamo visti arrivare. Il mondo dell’informazione li ha visti arrivare». Per il Sottosegretario è in atto una «guerra ibrida», come l’ha definita il Ministro della Difesa: «La percezione diventa realtà e la realtà viene raccontata come percezione». Oggi sui social «c’è la realtà che viene venduta come fiction», e soggetti privati riescono a incidere sullo spazio pubblico e democratico. Piattaforme come TikTok e Telegram non fanno abbastanza per moderare i contenuti nelle chat dei ragazzi. Per questo Barachini sostiene il regolamento europeo che vieta l’accesso ai social fino a 13 anni e lo consente con i genitori fino ai 15. Barachini ha poi ripercorso il lavoro di questi quattro anni di legislatura: la riforma dei contributi alle agenzie di stampa; l’aumento dei fondi per l’editoria; i sostegni alle nuove assunzioni, alla carta, alle edicole e al digitale; la legge sull’IA che introduce il reato di deepfake, «un unicum anche in Europa». La dimensione europea, ha aggiunto, è l’«unica strada percorribile» per competere con piattaforme non europee, a partire da AgoraEU, primo fondo da 5,5 miliardi che sosterrà anche le news. Tra le priorità c’è la prominence, tema richiamato dal presidente di CRTV Marano. «Non basta rendere reperibile il mezzo: va reso reperibile anche il contenuto, perché le logiche algoritmiche premiano l’hype e penalizzano l’informazione di interesse pubblico. Gli effetti si sono già visti in Romania, con l’annullamento delle elezioni, e in altri Paesi europei» .Sugli aiuti all’editoria, il Sottosegretario auspica che siano trattati alla stregua di quelli per cultura e ricerca, così da evitare le lunghe procedure di autorizzazione europee. Ha inoltre proposto accordi con gli OTT che operano in Italia, «superando la logica delle multe o dei divieti» in nom ee della corresponsabilità. Infine, si è impegnato a cercare in manovra risorse per l’innovazione e il ricambio generazionale nelle redazioni: «Il sostegno all’informazione è sostegno alla democrazia».
Francesco Giorgino, Direttore Rai Ufficio Studi e Direttore del Master in Comunicazione LUISS: «Tre soggetti diversi, un obiettivo comune: la difesa del diritto all’informazione e alla formazione». Francesco Giorgino ha coordinato i lavori con utili osservazioni di contesto e raccordo anche ad uso degli studenti presenti in sala e provenienti dal corso di laurea in Comunicazione, tecnologie e culture digitali (Sapienza Università di Roma) e dal Master in Comunicazione Luiss. L’appuntamento, ha spiegato, « è rilevante per metodo e per merito»: per la prima volta si confrontano contestualmente gli editori di radio e tv, pubbliche e private, di giornali e di libri, tre soggetti con caratteristiche diverse uniti dalla difesa dell’Articolo 21. Al diritto di informare e trasmettere conoscenza corrisponde un dovere: garantire ai cittadini, titolari del diritto ad essere informati e una conoscenza quanto più possibile approfondita. Informazione e formazione: l’etimologia delle parole indica che si reggono a vicenda, la prima produce conoscenza, la seconda fornisce gli strumenti critici per riconoscerla e farla propria. In chiusura, il coordinatore Giorgino ha salutato e ringraziato istituzioni, politici, operatori e studenti presenti, questi ultimi futuri professionisti della comunicazione del Paese, auspicando un appuntamento annuale per misurare i progressi del confronto alla luce delle consapevolezze emerse. “Scuole e università”, ha concluso, sono le prime responsabili del consolidamento della conoscenza: serve un’alleanza tra agenzie educative e agenzie di socializzazione secondarie“.


